Le epidemie cambiano le città, come sempre

Le epidemie cambiano le città, come sempre

20 Giugno 2020 Off Di RM

Come per altre crisi sanitarie, le città ne verranno pesantemente trasformate

La salute è il bene primario, e quando viene messa in pericolo da un morbo, che sia provocato da un virus, un batterio o semplicemente dall’inquinamento ambientale o da sciagurati errori come Chernobyl, allora quei contenitori di persone che sono le città devono adattarsi, e in alcuni casi anche sparire, diventare delle ghost town o ridursi d’importanza e di dimensioni, come è accaduto sempre nella Storia.

L’epidemia attuale si comporta e provoca gli stessi effetti di altre crisi sanitarie, anche se non ha la stessa mortalità della peste o dell’Ebola, ma con una specificità tutta sua: la facilità di contagiare.

Non essendoci vaccini , l’unica misura che funziona è quella classica dell’isolamento di intere comunità o la messa in quarantena forzata degli individui contagiati. Altro non si può fare, oltre a curare chi si ammala per evitargli i danni postumi che la malattia lascia.

Con questo tipo di malattie altamente contagiose, come questa, la Spagnola e la SARS, l’affollamento di persone è il terreno ideale per diffondersi: il virus ha bisogno di saltare di umano in umano per diffondersi e non sparire. Più umani ci sono, più il virus assicura la sua sopravvivenza, e le mega city sono il posto ideale per far scoppiare un’epidemia.

Infatti, la crisi è scoppiata a Wuhan (Cina) città di 6,5 milioni di abitanti, e si è diffusa in Europa attraverso i contatti fra le locali fabbriche di componenti per auto e la Germania, dove è stata importata da una sola persona.

Poi è passata in Italia, ed ha trovato un affollamento favorevole nel gigantesco agglomerato, senza soluzione di continuità da una città all’altra e da un paese all’altro, che è l’ambiente lombardo.

Quindi abbiamo quelli che sembrano due ambienti molto diversi: una città concentrata (Wuhan) e un ambiente diluito sul territorio, ma che entrambi favoriscono milioni di contatti ogni giorno, e quindi migliaia di contagi, e se ne sono evitati milioni grazie all’isolamento e alla quarantena.

In occasione di altre epidemie, le autorità hanno dovuto provvedere a costruire infrastrutture per rendere più igieniche le città, come fognature dove non esistevano, abbattere quartieri malsani, (anche in senso sociale), costruire parchi, acquedotti, riserve di acqua potabile sotto forma di laghetti che circondano gli agglomerati urbani, illuminazione pubblica per rendere la vita serale più sicura e vivibile, servizi di sanificazione come la rimozione dei rifiuti e la depurazione delle acque di scarico.

Oggi, che molte di queste infrastrutture esistono e sono funzionanti, di fronte ad un’epidemia che si diffonde facilmente, da persona a persona, quella che serve, ed è stata molto utilizzata per contenere il contagio, è l’infrastruttura digitale, che permette a milioni di persone di poter lavorare a distanza, al sicuro nelle loro abitazioni.

Una cosa che sarebbe avvenuta comunque nei prossimi anni, e infatti qualcuno ha scritto che in due mesi abbiamo visto quello che sarebbe accaduto in un decennio, e questo non può che impattare su cosa sarà domani una città: come non ci sono più le fabbriche nelle città spariranno anche gli uffici, non tutti, ma una quantità rilevante.

Con un effetto domino su tanti aspetti della vita urbana, e sul concetto stesso di città, che diventerà una cosa diversa, con una diversa pianificazione urbana, come scrive il professor Michele Acuto del Connect Cities Lab dell’Università di Melbourne (Australia), quando evidenzia che la sfida del Covid-19 al ripensamento delle città è già in corso, così come è in corso una specie di de-globalizzazione che anch’essa impone di ripensare modi di produrre e di abitare.

Una sfida che pare non essere assolutamente raccolta nel nostro paese, dove si levano voci “autorevoli” contro lo smart working, che poi, almeno nello scenario così poco digitale italiano, è solo un banale telelavoro e non la rivoluzione indotta da un vero smart working che vedrebbe la gente poter lavorare dove vuole, quando vuole e come vuole.