Jerome H. Powell, Chair of the Board of Governors of the Federal Reserve System, listens during a US Senate Committee on Banking, Housing, and Urban Affairs hearing on the “The Quarterly CARES Act Report to Congress” on Capitol Hill in Washington, DC on Tuesday, December 1, 2020.
Credit: Susan Walsh / Pool via CNP | usage worldwide

I mercati crollano per paura dell’inflazione

Tutti e tre gli indici di Wall Street sono in caduta, e i deboli segnali globali fanno scendere i titoli asiatici.

Lo FTSE 100 ha chiuso a -175 punti, un calo del 2,47%. Mentre il FTSE 250, focalizzato sul mercato interno, è crollato di 530 punti.

Il proprietario di British Airways, IAG, è stato il top faller sul FTSE 100, in calo del 7,4 per cento, con le società di ingegneria Renishaw, Melrose e anche Rolls-Royce tra i peggiori performer.

A Wall Street, tutti e tre gli indici hanno ridotto le loro perdite dai minimi di sessione con selloff nella maggior parte dei settori. Il Dow Jones Industrial Average ha perso oltre 454 punti a 34.288. Lo S&P 500 ha perso oltre 42 punti, a 4.145.

Il Nasdaq Composite ha perso circa 65 punti per chiudere a 13.336.

Mercoledì, l’impatto che arriva dai deboli segnali globali ha portato le azioni della regione Asia-Pacifico vicino ai minimi di un mese. A mezzogiorno, il Nikkei 225 del Giappone era oltre il 2 per cento, mentre l’indice di Taiwan era in calo di oltre il 4 per cento. Le azioni di Hong Kong di un centinaio di punti e lo Shanghai Composite, nonostante un certo recupero dai minimi di giornata, rimane in rosso.

L’indice MSCI delle azioni dell’Asia-Pacifico, escluso il Giappone, è sceso dello 0,1 per cento, dopo essere crollato dell’1,6 per cento martedì per il suo più grande calo percentuale giornaliero dal 24 marzo.

Il FTSEMib è in calo dell’1,64% a 24.396 punti, dopo aver oscillato tra un minimo di 24.262 punti e un massimo di 24.619 punti. Il FTSE Italia All Share ha perso l’1,65%. Scende anche il FTSE Italia Mid Cap (-1,58%).

L’interruzione delle pipeline sulla costa orientale degli USA, il riaccendersi dello scontro in Israele, ma sopratutto le paure dell’inflazione causata dal rialzo dei prezzi delle materie prime, mandano segnali segnativi ai mercati.

Quello che era iniziato come una vendita dei titoli tecnologici è diventato un rotta generale dal mercato da parte degli investitori risk-advert che riducono le loro partecipazioni azionarie.

Tutti sono “improvvisamente” preoccupati per l’inflazione: i dati mostrano che le aziende stanno pagando prezzi più alti per le materie prime, causata della scarsità delle forniture (e dalla speculazione), e stanno aumentando i prezzi per coprire i costi, e quindi non è detto che l’inflazione sia reale, ma solo un fatto temporaneo dovuto alla crescita dei prezzi delle materie prime.

Però, se l’inflazione è reale, la Federal Reserve potrebbe essere tentata di alzare i tassi di interesse prima del previsto, o ad un ritmo più veloce, e mettere un freno alla politica monetaria, il che avrebbe conseguenze non solo sui mercati ma anche politiche visto che l’economia americana, e anche quelle mondiali, non si sono riprese.

L’aumento dei prezzi impatterà sui consumatori, che avranno meno dollari da spendere, e questo significa che la crescita sarà più lenta, qualcosa che danneggerà i titoli sensibili alla stato dell’economia.

Ma c’è anche il sentimento degli investitori che incide sulla caduta dei mercati. Dopo un periodo di estremi rialzi, gli investitori sono meno fiduciosi sulle azioni. I dati mostrano che la percentuale degli ottimisti è a 24 punti percentuali, in calo dai 30 punti di due settimane fa. Il livello di 30 punti è importante. È abbastanza raro, e quando è scattato, l’S&P 500 è rimasto piatto nei tre mesi successivi, in media, e in crescita solo dell’1% per l’anno successivo.

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