suburbia killer

Suburbia Killer la nuova serie spagnola su Netflix

Tratta da un romanzo di Harlan Coben, un autore con 75 milioni di copie vendute, spesso trasformati in film e serie TV, la nuova serie spagnola su Netflix, Suburbia Killer, ha tutti gli elementi per essere un successo. Gli ingredienti non mancano, da un cast attraente ad una storia enigmatica, che invita a continuare a guardarne gli episodi finché non si scopre cosa sta succedendo esattamente.

Al principio sembra una storia banale e noiosa – ma la vita è banale e noiosa – finché non accade l’imprevedibile che sconvolge la vita di Mat, (Mario Casas, 35) il protagonista, ma anche quella di tanti altri le cui vicende s’intrecciano in un puzzle, che in ogni capitolo, aggiunge nuovi pezzi, che creano una dipendenza nello spettatore che deve avere fiducia che tutto finisca per incastrarsi in modo soddisfacente.

Per questo, lancia costantemente colpi di scena che costringono a ripensare a tutto quello già visto, anche se per lo spettatore navigato non è difficile capire cosa c’è dietro, ma che resta comunque agganciato per avere una conferma dei suoi sospetti.

Sulla carta, l’idea di costruire ogni episodio intorno ai nuovi pezzi di informazione forniti da un personaggio diverso, sembra stimolante, in quanto è un modo di giocare con i punti di vista e aggiungere più ricchezza alla storia, ma quando si arriva al dunque, è chiaro che i personaggi sono in realtà la cosa meno importante.

La storia è sempre al centro, non importa dove si svolga – a Barcellona, ma potrebbe essere altrove – e anche i personaggi potrebbero essere un qualsiasi gruppo di borghesi in qualsiasi parte del mondo, e questa è la forza di Netflix, azienda globale: raccontare storie che possono accadere in Spagna come in Turchia, in USA come in Finlandia, un po’ come la CocaCola o la Red Bull.

E gli spagnoli sembrano averlo capito bene, perché Suburbia Killer è un prodotto vendibile e godibile ovunque, con molto product placement (ma serve anche questo) e senza quei troppi eccessi, (violenza e sesso) che possono allontanare una parte del pubblico.

Questa serie è sopratutto una storia, e si riflette sul fatto che mentre gli autori hanno sempre il controllo sul racconto, i personaggi finiscono per diventare delle semplici marionette, qualcuna anche eccessiva nel caratterizzare il personaggio.

Questa sensazione sorge già nei primi episodi, ma poi c’è molto gioco con lo spettatore con cose che sembrano altre, senza essere implausibili, finché non arriva al punto in cui la storia di Mat, Olivia (Aura Garrido, 32) e compagnia divora completamente qualsiasi tipo di identità che potrebbero avere i loro personaggi, per sottoporli a una successione di colpi di scena, fino alla scena finale, che dimostra che conta più la sorpresa che tutto il resto, il che dice che stiamo parlando di puro entertainment, e che autori e regista non pretendono altro che l’abbonato di Netflix arrivi alla fine desiderando o una seconda serie o una serie similare, che sia belga, francese, tedesca o inglese.

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